Sull’uso
del flashback nel cinema postmoderno:
Cuore
selvaggio
di David Lynch
1.
Alla
fine degli anni Settanta, sotto l’etichetta di "Poetiche
della nostalgia", Franco La Polla1 procedeva a una
"tassonomia" delle operazioni di repêchage allora
frequenti nel cinema Usa, arrivando alla conclusione che, se da un
lato la nostalgia non rappresentava una novità per la cultura
americana dove, anzi, ha da sempre "il posto che non vi ha mai
occupato, per ovvie ragioni, la tradizione", dall’altro era
mutato il finalismo di tali ripescaggi: in breve, non si trattava
più di frugare nella Storia alla ricerca di modelli segnati
positivamente (il complesso dell’età dell’oro) ma di procedere
a una critica del presente attraverso la presa di coscienza (e messa
in scena) di un tempo ormai definitivamente perduto.
Le
due tipologie nostalgiche sembrano distinguersi per la presenza di
un’opposta configurazione della relazione comunicativa fra tempo
passato e tempo presente: se nel primo caso la rêverie
appare supportata dal riconoscimento preliminare di una continuità
fra le due dimensioni (condizione essenziale di qualsiasi ipotesi di
"remake" non parodistico), nel secondo, al
contrario, il repêchage filmico afferma implicitamente l’impraticabilità
extracinematografica di qualsivoglia recupero e cristallizza il
passato in un’immagine monolitica e inattingibile, priva di legami
vitali con il presente, assumendo come dato problematico proprio lo
iato incolmabile fra i due piani temporali.
Come
si sa, quest’ultima configurazione è quella che meglio descrive l’attuale
dinamica relazionale fra presente e passato prossimo e remoto, e non
solo per quanto riguarda gli Stati Uniti: non c’è studioso della
postmodernità che non abbia dimostrato o tentato di dimostrare per
la società contemporanea, sotto etichette variabili col variare
dell’angolo d’osservazione, l’esistenza di una profonda cesura
nell’idea di continuità storica. È quello che Habermans e
Hassan, pur con entusiasmi opposti, chiamano "fine dello
storicismo" o che Lyotard ha indicato nel tramonto dei "grandi
récits" o, ancora, che Lasch, proprio negli anni in cui
scrive La Polla, individua come causa ed effetto della nuova "cultura
del narcisismo" o che, più di recente, legittima la moderna
"società camaleontica" per Maffesoli2. Per
tutti, il "senso della continuità storica" come
appartenenza a una successione di generazioni che affonda le sue
radici nel passato e si proietta nel futuro è entrato
irrimediabilmente in crisi.
Il
riorientamento della poetica della nostalgia descritto da La Polla a
proposito dal cinema americano degli anni Settanta appare dunque
come il riflusso cinematografico di un più vasto processo di
risemantizzazione del sentimento del tempo (passato) all’interno
della società occidentale contemporanea, processo proseguito e
acuitosi lungo gli Ottanta e Novanta. Il cinema o, più precisamente,
le immagini come linguaggio, di questa nuova condizione sono al
contempo agenti e testimonianze, luoghi deputati di messa in forma
della crisi attraverso una inevitabile crisi della forma che deriva
dal disvelamento dei principi di tale rottura anche all’interno
della sua storia. Un processo che pare approdato da qualche tempo a
nuovo snodo: a una dolente nostalgia sembra subentrata una vera e
propria ossessione del tempo, rivolta tanto al passato quanto al
futuro, frutto della transitorietà che lo stesso postmoderno si
attribuisce, del suo essere "disomogeneo, sfuggente e
contraddittorio"3, come osserva Gianni Canova,
incapace di continuità con ciò che è stato e di salda
progettualità rispetto a ciò che sarà.
L’urto
e il confronto con il passato è ben esemplificato dall’azione del
soggetto protagonista di questo nuovo scenario, un soggetto per
definizione (e impotenza modale) "smemorato" (nel senso di
incapace di memoria storica e a disagio con la memoria) che,
esercitando la sua facoltà mnemonica nella discontinuità e nella
non-appartenenza, nel caos e nell’entropia (termini chiave di
molti scrittori postmoderni, da De Lillo a Pynchon) o, per dirla con
Vattimo, "al di fuori di ogni logica di derivazione lineare,
piuttosto in un atteggiamento di stilizzazione, di ricerca degli exempla
nel senso retorico del termine"4, produce perlopiù
forme ibride e caotiche, indifferenti alle gerarchie e agli status,
alla linearità evolutiva e ai nessi causali. Sul piano dei
risultati artistici, tale processo è esemplificato dalla
circolazione intertestuale (altro termine feticcio della
postmodernità) delle fonti e dei modelli, che risultano compressi,
sovrapposti e compenetrati in nuovi dadaismi ready-made, dal pastiche
alla parodia, dal "centone" all’ibrido, fino a quella
forma paradossale e ossessiva ma emblematica di tale discontinuità
che è il clone (Psycho di Gus van Sant).
Tutte
strategie, queste, che mobilitano a un livello profondo, coincidente
con quello generativo del linguaggio e delle "mosse" che
innescano la comunicazione, il tema del tempo, con particolare
riferimento al rapporto del presente con il passato. Strategie che
trovano nel cinema – spettacolo della durata, dell’immagine-tempo
– un luogo emblematico di realizzazione e di problematizzazione,
coinvolgendo, accanto al piano generativo del discorso, anche quelli
strutturale e tematico. La nostra analisi di Cuore Selvaggio
(1990) si muoverà lungo questi due versanti, con particolare
riferimento al flashback, figura di linguaggio che più di altre
sembra candidarsi a diventare il fulcro incandescente di un discorso
sul tempo, sull’oblio e sulla memoria.
I due
piani non appaiono scissi, né possono esserlo in alcun modo,
poiché solo a partire dall’analisi delle relazioni che i
personaggi del film intrecciano con il proprio passato possiamo
muovere a una più articolata comprensione delle motivazioni alla
base della riconfigurazione funzionale cui è andato incontro il
flashback all’interno del cinema contemporaneo. Un percorso "obbligato"
poiché, come osserva Canova, "da semplice risorsa tecnica di
articolazione del racconto nel periodo del muto e in parte anche del
cinema classico" il flashback è divenuto oggi, dopo essere
stato "figura-chiave della significazione nella fase a cavallo
fra il cinema classico e il cinema moderno", vero e proprio
"oggetto di tematizzazione diegetica"5. Proprio
in conseguenza dell’incorporamento diegetico del flashback, di cui
Cuore Selvaggio offre un modello emblematico, l’analisi non
può che inaugurarsi a partire dal piano dei contenuti, per cercarvi
le cause profonde dell’effetto immediato di tale deragliamento,
così sintetizzato da Canova: "mentre nel cinema classico il
flashback aveva per lo più una funzione chiarificatrice (consentiva
il ritorno del rimosso, scioglieva gli enigmi o i nodi del racconto,
ritrovava nel passato le cause e le radici del presente), nel cinema
contemporaneo tende progressivamente a perdere questa funzione per
configurarsi piuttosto come elemento di "oscuramento" e di
complicazione"6.
2
In
termini narratologici, il film di David Lynch può essere definito
un racconto di racconti, ricco di anacronie che increspano la
linearità temporale della narrazione. Si tratta, per l’esattezza,
di recuperi analettici7, caratterizzati, anzitutto, dal
loro ancoraggio all’attività memoriale di un personaggio (dunque,
a focalizzazione interna) e, in secondo luogo, dalla variabilità
della fonte. La sottolineatura della responsabilità della rêverie
è decisiva: in primo luogo perché, dipendendo da una fonte
soggettiva, tali flashback non svolgono un’astratta funzione
completiva ma risultano significativamente orientati, nel loro
dispiegamento, logica, utilità, dal comportamento dei personaggi e
in particolare dalla loro disponibilità a ricordare; in secondo
luogo perché, accanto al flashback in soggettiva, che risulta
variabile relativamente alla portata proprio per la presenza di una
fonte individualizzata, il film presenta un numero esiguo ma
significativo di veri e propri "flash" (flashback nell’accezione
traslata di "allucinazione"), non dipendenti dalla
volontà dei personaggi ma sempre e comunque riconducibili alla loro
attività memoriale. Va segnalata infine la totale assenza di
flashback riferibili a un’entità enunciazionale esterna e
destinati a svolgere una classica funzione di chiarimento del plot.
Lo spettatore, lungo tutto il film, è letteralmente in balia di
personaggi-narratori che, proprio attraverso la loro attività
memoriale, aggiungono di volta in volta nuove tessere alla
ricostruzione del passato, necessaria alla comprensione delle
motivazioni all’azione nel presente. In altri termini, la
tematizzazione del flashback in Cuore Selvaggio – il suo
essere un film sul flashback – passa anche attraverso un
processo di individualizzazione dei suoi meccanismi enunciazionali.
Tutto questo all’interno di un film "on the road" che,
in conformità con la matrice tematica propria di questo genere, è
anzitutto la descrizione di un allontanamento in forma di fuga
liberatoria dal proprio passato, prossimo o remoto.
3
Cominciamo
con il considerare modalità e significato della seconda tipologia
di occorrenze analettiche, quelle che abbiamo definito flash.
Nel
film ne è vittima soltanto Lula, e non casualmente: la ragazza è l’unico
personaggio a non aver partecipato alla notte in cui morì suo padre,
atto scatenante e fondativo del plot. Poco più che ragazzina
all’epoca dell’accaduto, Lula sa soltanto quello che le ha
raccontato la madre, Marietta. Dal passato, dunque, non possono che
giungerle immagini confuse e inqualificabili, ben riassunte dall’unico
brevissimo flashback con cui rievoca l’episodio: una voce di
bambina persa in una nebbia fitta prodotta dal fumo di un incendio.
Sarà Marietta a diradare quella nebbia, facendo credere a Lula che
l’uomo si sia dato fuoco volontariamente. In assenza di immagini
da ricondurre al presente, di testimonianze visive dal passato, la rêverie
diventa fantasticheria: Lula può rivedere il padre mentre
cammina per il salotto avvolto dalle fiamme (un breve frammento)
soltanto a patto di appoggiarsi visivamente ai racconti orali dalla
madre. Lula interpreta dunque il ruolo dell’ascoltatrice di favole,
mentre Marietta veste i panni del cantastorie. Come tutte le madri
quest’ultima ha anche a cuore la preservazione dell’innocenza
della figlia: le manomissioni rispetto al passato possono essere
lette anche come atti d’amore per difenderla da un "mondo dal
cuore selvaggio".
In
ogni caso, solo l’inconsapevolezza della realtà del passato e un’abile
strategia di oblio selettivo (chiamiamola pure autocensura o
mediatizzazione nel significato di Virilio8) possono
preservare il soggetto dalla dannazione che sembra derivare dalla
memoria di quel passato o, meglio, dalla memoria tout court.
Eppure.
Eppure, come si sa, le favole nascondono anche l’accesso a un
piano di verità intollerabile, quella verità esorcizzata
puntualmente dalla consolazione letea dell’happy-end. Lula
non può ricordare, immagina soltanto e si lascia cullare dalle
parole della madre, ma avverte una minaccia nascosta nella favola e
nei suoi personaggi. Il fuoco – vero e proprio leit-motiv
del film – torna a risvegliare la coscienza indecifrabile di una
realtà combusta nelle fiamme (la morte del padre) e il latore di
questi flash che straziano l’immaginazione e il corpo di Lula (nel
rivederli, è scossa come da un brivido improvviso) è la "Strega
cattiva" che ha il volto della madre e che segue il suo viaggio
"on the road" a bordo di una scopa. Per quattro volte
compare nelle sue visioni, per tre volte il fuoco fa irruzione nei
suoi pensieri, muovendo da un passato che non ha ancora finito di
ardere. Perché il fuoco è sì strumento di combustione (oblio), ma
è anche segnale imperituro di un rito che ha ristrutturato
definitivamente l’ordine precedente (quello della famiglia)
inaugurando un nuovo, immorale schema di relazioni fondato sull’omicidio.
Lula, proprio per non aver partecipato, neppure in qualità di
spettatrice, alla notte della morte del padre, è l’unica a
potersi salvare dalla condanna scaturita in quell’occasione,
essendo al riparo dalle immagini del passato (non ha visto), ed è l’unica,
per questo, a poter giocare tutte le possibilità prossemiche
rispetto alla memoria. Opterà infine per un processo di rimozione,
per un programmato tentativo di mascheramento e oblio del passato
come unica ipotesi di ricominciamento: ri-cominciamento come
contrario della – e fuga dalla – ripetizione9. Il
figlio che infine partorisce è il principio di questo rinnovamento.
Passando di fronte al secondo incidente del film – vero e proprio
indice di una ripetizione nemesiaca – Lula copre gli occhi al
figlio, impedendogli di vedere ciò che lei stessa ha invece dovuto
sperimentare in una delle scene più belle e drammatiche del film,
conclusa da una domanda – "She died right in front of me. Why’d
she have to go and do that, Sailor?" – in cui si cela il
sospetto di una predestinazione e di un ferale ordine nel caos di
cui la ragazza morta è il segno. In quel gesto di censura sta la
promessa di una nuova generazione. Parallelamente, il passato si
dissolve: l’immagine di Marietta, incorniciata dal "frame"
di un portafotografie, svapora nel nulla, allorquando Lula, uscendo
di casa, getta sul ritratto il contenuto del suo bicchiere (acqua
con ghiaccio), spegnendo una volta per tutte le fiamme che ancora la
perseguitano.
4
Lula
è dunque l’unica, per le ragioni indicate, a potersi salvare dal
passato e dalla "sorte" (il cognome di Marietta è Fortune)
e a poter affrontare il confronto con il passato perduto, che si
manifesta per il tramite di brevi frammenti "saltati" dal
mondo delle favole e delle finzioni consolatrici, segni indicali in
forma di flash che rimandano al non visto della ragazza e al non
raccontato di Marietta. Lula – divenuta madre – sceglie di
concludere il confronto recidendo ogni residuo di continuità fra
passato e presente, spegnendo (letteralmente) l’origine di quel
fuoco che l’ha tormentata e dissolvendo l’icona presente di quel
passato (il gioco è innescato e risolto in termini visivi,
cinematografici). L’oblio, un oblio totale di ciò che è stato e
dei suoi custodi per il presente, è l’unica soluzione alla
dannazione che da esso si perpetua.
Quella
stessa dannazione contrassegna invece la vita (e la "fortune")
di Marietta, che dal suo passato è perseguitata e al suo passato,
vanamente, cerca di porre argini. Significativamente, Marietta è l’unico
personaggio a non rievocare mai visivamente la notte della morte del
marito: i due flashback di cui è latrice rimandano infatti a un
nodo intermedio, rappresentato dal fidanzamento fra Lula e Sailor.
Quest’ultimo, come diremo meglio in seguito, incarna la minaccia
del ritorno del passato, la cui manifestazione rischia di vanificare
il duplice sforzo compiuto della donna allo scopo di contenere la
dannazione nemesiaca che da esso sprigiona: sforzo duplice perché
messo in pratica sia rispetto alla propria memoria attraverso un
tentato (ma impossibile) oblio, simile piuttosto, nel risultato, a
una traballante (e schizofrenica) sospensione di continuità
autobiografica, sia rispetto a quella di Lula, attraverso il già
citato fenomeno di riscrittura verbale, con la segreta speranza che
le favole non rivelino mai i propri palinsesti. Nel primo caso, un’operazione
di rimozione che, visivamente, si risolve in un emblematico
flashback reticente di fronte all’accusatorio dito puntato del
passato (il flashback successivo); nel secondo una pratica narrativa
che, infittendo e complicando i risvolti metalinguistici del film,
ci parla delle operazioni di tradimento – qui consapevoli –
compiute da Marietta nel narrare, ovvero tradurre a parole il suo
passato di immagini.
Ciò
che colpisce nella figura esorbitante di Marietta, novella
Clitennestra10, la cui casa, come il palazzo degli Atridi,
è al contempo culla e tomba della famiglia e il cui ordine spezzato
(a partire dal tradimento che conduce all’uxoricidio) non potrà
più essere ricomposto ma, a cascata, produrrà nuovi lutti e
impedirà la formazione di unità fertili (quella di Lula e Sailor,
che sfuggono a tale destino solo grazie all’unico stratagemma
salvifico che già nella tragedia classica poteva ricomporre l’ordine
spezzato: il deus ex machina), è proprio la condanna a
rivivere, in forme sempre nuove, quel primo orribile delitto,
versando infine, e senza alcuna possibilità di controllo sulla
"fortune", altro sangue: sangue di colpevoli e di
innocenti, fra cui Farragut, il quieto investigatore con cui
Marietta ha tentato di "scordare il passato". Alla fine, e
per l’ennesima volta santificando l’unione attraverso un rito
bestiale (ed evidentemente improntato alla fertilità), Marcello
Santos ricomporrà l’antico ordine ferale, le cui posizioni
ripetono esattamente quelle assunte dai personaggi nella notte dell’omicidio:
un ordine al quale Marietta ("la sua donna") si arrende
senza protestare, accettando (sapendo di mentirsi) la versione
menzognera dell’uomo circa la morte di Farragut.
La
circolarità che riporta il film alla sua origine e Marietta alla
sua identità omicida rivela, in ultimo, la vanità di ogni
tentativo di fuga dal o di ricomposizione del passato. Marietta è
destinata a essere, di nuovo e per sempre, "la donna" di
Marcello, circondata di lutti ed eternamente "sporca" per
il sangue e "ardente" per il fuoco ma, soprattutto –
grado estremo di punizione – impedita a morire e costretta alla
dannazione del flashback, quel particolare flashback di cui si è
latori e destinatari insieme, memoria visiva che esclude l’oblio e
inchioda allo spettacolo del proprio passato e alle sue incarnazioni
presenti. La scena in cui Marietta si dipinge furiosamente le mani e
il volto con il rossetto, incidendo la carne come se impugnasse un
coltello e tentasse di recidersi le vene dei polsi, è in questo
senso emblematica: il risultato evoca la morte ma, anziché esserne
consumata, Marietta ne è posseduta e metamorfizzata nella
drammatica, patetica e sconfitta "wicked witch" che
perseguita Lula.
La
dinamica fra tentativo d’oblio e ritorno accusatorio del passato
è esemplificata altrettanto efficacemente dai due flashback
riferibili a Marietta. La prima e più lunga analessi, quella che
ripropone il "dietro le quinte" dell’incipit del
film, s’interrompe bruscamente dopo che Sailor, seguito in bagno
da Marietta, ha rifiutato le volgari profferte sessuali della donna.
Con fastidio, essa castra la rêverie, tenta la rimozione e
sfugge il confronto con se stessa: una tattica dialogica che,
trattandosi di una visualizzazione "in soggettiva", non si
risolve in menzogna ma in reticenza, visualizzando così quella
strategia di "tentato oblio", di rimozione e assenza, che
abbiamo prima distinto da una parallela ma opposta operazione di
presentificazione di un passato filtrato dalla riscrittura della
menzogna.
Ma
per quanto disconosciuto o disarticolato, il passato è destinato a
perpetuarsi, risorgendo ogni volta dal primo incendio in forme che
testimoniano (secondo il principio "meta" che domina il
film a tutti i livelli) e declinano diversamente l’impossibile
fuga dal destino. Perché se Marietta non ricorda, altri lo fanno
per lei: e questa è la funzione, nel secondo flashback, dell’immagine
di Sailor, la stessa vista "al presente" all’inizio del
film, con il dito puntato verso di lei. Il ritorno del "J’accuse"
dell’uomo si configura infatti non soltanto come indice di una
colpevolezza che non potrà sfuggire alla condanna ma, anche, come
icona della vanità di ogni tentativo di fuga dal proprio passato
per la sopravvivenza del ricordo in soggetti rimemoranti fuori
controllo. Perché se Lula è l’uditrice addomesticabile e
Marietta la cantastorie fraudolenta, Sailor somiglia piuttosto al
testimone che si fa narratore, a colui che, indossata la sua giacca
di serpente, e non avendo più nulla da perdere, possiede la
libertà, rispetto al passato e al presente, di riassumere i fatti.
Egli
ha infatti "visto" tutto da una posizione
"mediale", assimilabile a quella dello spettatore, tale
per cui può affermare di conoscere la verità senza per questo
scontare, al pari degli altri, le conseguenze del rito celebratosi
tra le fiamme della casa di Marietta. In quanto autista di Santos,
egli incarna la funzione del trasportare nel tempo e nello
spazio – e in questo ruolo è già scritta per il futuro la sua
missione di narratore – pur con la consapevolezza che i testimoni,
prima o poi, possono essere sfiorati dalle conseguenze di quanto
hanno visto: "So maybe one night you got a little too close to
the fire… And you’re gonna get burned, baby", è la
minaccia di Marietta.
La
posizione di Sailor si definisce così all’interno di un delicato
gioco di prossemica rispetto al passato: è salvo dalla dannazione
che incombe sulla vita di Marietta per il fatto di non essersi
avvicinato troppo alla sua casa in fiamme nella notte dell’omicidio;
è minacciato, al presente, per il fatto di essersi avvicinato
troppo a Lula, che quel passato deve ignorare, e, per tramite della
ragazza, alla fonte di ogni incendio, Marietta. Troppo vicino
perché, in quanto testimone oculare (ove l’ocularizzazione della
testimonianza è letterale), egli può riportare le parole al loro
significato originario, capace di svelare le menzogne della favola.
E, in effetti, la ritualità finale che "spegne" il fuoco
di Marietta non potrebbe darsi se, da un lato, non fosse innescata
proprio da Sailor e, dall’altro, se Lula non scegliesse di tornare
da lui maledicendo la madre ("Mama… if you get in the way of
me and Sailor’s happiness, I’ll fuckin’ pull your arms out by
the roots").
5
Da
quanto fin qui osservato, Cuore Selvaggio risulta essere
soprattutto un film sul flashback, sulla rimemorazione del
passato e sul rapporto del presente con esso: il plot muove
essenzialmente da qui, dal fatto di ricordare o di non poterlo fare,
dal fatto di non ricordare o di non volerlo fare. Il comportamento e
l’esito delle azioni dei personaggi dipendono dalla loro
consapevolezza del passato, dalla conoscenza dei legami che esso
intrattiene col presente e dalle strategie modali con cui manipolano
i segni della storia precedente.
Visivamente,
ciò si materializza attraverso l’occorrenza di flash e flashback:
da un lato, immagini improvvise, fuori controllo, "astratte",
non visioni ma tracce di un passato che turbano proprio per l’indecidibilità
della loro posizione causale e cronologica, frammenti di un accaduto
altrove che si offrono ai personaggi (in particolare a Lula)
come schegge di una Storia di cui non si può afferrare la verità
ma solo avvertire la minaccia; dall’altro, più classiche visioni à
rebours ma anch’esse spesso simili a frammenti di un intero
che è stato consapevolmente amputato dal soggetto ricordante (ciò
che resta sono dei "buchi neri", degli spazi vuoti) o
riscritto fraudolentemente. In entrambi i casi, forme cifrate: le
prime perché scritte in un linguaggio sconosciuto, le seconde
perché accuratamente disarticolate nelle loro strutture sintattiche.
Sinergicamente, segnalano sempre e comunque un rapporto disturbante,
ossessivo, scisso e problematico con il passato: se da un lato flash
dal significato oscuro cercano di parlare alla coscienza rivelandosi
inquietanti per il fatto di suggerire una somiglianza di contenuti
senza al contempo liberare l’alfabeto capace ridurne la diversità
(e siamo alla radice dell’inquietante freudiano di cui Lula
è vittima esemplare), dall’altro un vero e proprio processo di
rimozione tenta di mascherare e obliare il passato come unica
ipotesi di ricominciamento.
Come
nel trittico ferrariano "sull’eterno ritorno del passato
sotto forma di immagini" (The Addiction, Fratelli, Blackout)
o come accade, per certi versi, a monte dello Psycho-clone di
Gus van Sant, Cuore Selvaggio si rivela una riflessione
attorno alla persistenza e alla condanna rappresentata dalla "perenne
presentificazione memoriale di un passato segnato dalla morte, dal
male, dall’orrore"11. In termini narratologici,
questi film realizzano un uso "impotente" del flashback,
trasformandolo da strumento di chiarimento e di gerarchizzazione in
"figura dell’implosione (o del collasso) di ogni senso
possibile", a fronte di un passato onnipresente e caotico,
sedimentato culturalmente sotto forma di immagini ossessive con cui
non è possibile sospendere il confronto o risolverlo nell’equilibrio
se non attraverso un atto di cancellazione e ricominciamento. Se la
protagonista di The Addiction è ossessionata dal mix di
immagini fruite nel corso di un seminario sul Moderno (guerra del
Vietnam, campi di sterminio, conflitti nella ex-Jugoslavia), quelli
di Cuore Selvaggio condividono un passato che,
ripresentandosi in forma visiva e visionaria, sono condannati, in
quanto vittime "oculari", a ricordare o a non capire fino
in fondo e per questa via a risolvere.
Da Blade
Runner (1981) a New Rose Hotel (1998), pur con cifre
diverse, il cinema degli ultimi vent’anni sembra aver frequentato
e tematizzato in varie forme il nodo problematico che stringe
presente e passato, conducendo una riflessione che, fuori da ogni
dolente nostalgia, trascolora piuttosto in una poetica dell’ossessione,
in una scrittura per immagini terminale che, avvertendo anzitutto il
suo essere "post" nell’accezione di "postuma",
esibisce soprattutto le fratture, i collassi e i cortocircuiti fra
passato e presente: in altri termini, la loro compresenza
impossibile, l’impossibile esistenza del secondo in assenza del
primo, l’illusoria utopia di un rinnovamento del secondo nella
cancellazione del primo. La rimemorazione della Storia diventa così
esercizio masochistico o parodistico (come in Forrest Gump),
segnato dall’incubo o dall’eccesso, dalla separatezza o dalla
insostenibilità dei legami, dal nichilismo o dall’ironia, in ogni
caso sottraendosi a una logica salda e progressiva. Ne discende –
e non può essere altrimenti – un’aggressione alle strutture
organizzative del discorso e ai singoli strumenti di contenimento
del caos e di messa in forma del senso. E articolandone la crisi
attraverso la tematizzazione delle funzioni "saltate" –
salta il flashback perché saltano le garanzie di ogni contiguità
– il cinema, come in Cuore Selvaggio, figurativizza il suo
stesso disagio, esplorando l’implosione dei "tempi" e
del suo stesso tempo organizzato narrativamente. La narrazione
cinematografica debole e sfibrata in cui nulla si tiene più,
proprio come in Cuore Selvaggio, e in cui i meccanismi di
articolazione del tempo (flashback in primis), abdicando alle
loro funzioni cardinali, tematizzano un’impotenza progettuale e
sistemica in forma di ossessione mnemonica, si offre infine come il
segnale d’allarme di un collasso più profondo e sostanziale, che
proprio e forse solo le immagini possono davvero documentare.
NOTE
1
Franco La Polla, Il nuovo cinema americano, Venezia, Marsilio,
1978, in particolare pp. 133-202.
2
I riferimenti sono, rispettivamente, a: Jürgen Habermans, Il
discorso filosofico della modernità, Bari, Laterza, 1988; Ihab
Hassan, The dismembrement of Orpheus: toward a post-modern
literature, Madison, University of Wisconsin Press, 1982 (ma
vedi anche, in italiano, i saggi compresi in Postmoderno e
letteratura, a cura di Peter Carravetta e Paolo Spedicato,
Milano, Bompiani, 1984, pp. 9-106); Jean-François Lyotard, La
condizione postmoderna, Milano, Feltrinelli, 1987; Christopher
Lasch, La cultura del narcisismo, Milano, Bompiani, 1981;
Michel Maffesoli, Nel vuoto delle apparenze, Milano, Garzanti,
1993.
3
Cfr. Gianni Canova, L’alieno e il pipistrello. La crisi della
forma nel cinema contemporaneo, Milano, Bompiani, 2000, p. 7.
4
Gianni Vattimo, Postmodernità e fine della storia, in
Moderno postmoderno. Soggetto, tempo, sapere nella società attuale,
Milano, Feltrinelli, 1987, p. 103.
5
Gianni Canova, op. cit., p. 84.
6
Ibid. (corsivo del’autore).
7
Per l’uso della terminologia genettiana, qui e altrove nel testo,
si veda Gèrard Genette, Figure III. Discorso del racconto,
Torino, Einaudi, 1976, in particolare pp. 81-134.
8
Cfr. Paul Virilio, Lo schermo e l’oblio, Milano, Anabasi,
1994.
9
Cfr. Marc Augé, Le forme dell’oblio. Dimenticare per vivere,
Milano, Il Saggiatore, 2000, pp. 79 e ssg.
10
Pur senza approfondire il richiamo, anche Michel Chion si rifà all’Agamennone
per definire Marietta ("questo misto tra Clitennestra e Fedra
dai tratti stregoneschi") nel suo David Lynch, Torino,
Lindau, 1992, p. 143.
11
Gianni Canova, op. cit., p. 85.
|